Veneto, il peso del residuo fiscale: un contributo enorme, un ritorno minimo
AM
C’è un dato che racconta meglio di mille parole il senso di frustrazione di tanti veneti: ogni cittadino del Veneto versa allo Stato tra i 2.600 e i 3.400 euro in più di quanto riceve in servizi, infrastrutture e investimenti.
Tradotto: oltre 13 miliardi di euro all’anno che partono da questa terra produttiva e si disperdono altrove, senza tornare a beneficio delle comunità che li hanno generati.
Secondo i dati della CGIA di Mestre, il Veneto contribuisce ogni anno con circa 74 miliardi di euro in tasse e contributi, ma riceve indietro appena 60,9 miliardi. È il terzo residuo fiscale negativo d’Italia, dopo Lombardia ed Emilia-Romagna.
Un dato che non nasce oggi, ma che si ripete da oltre vent’anni: tra il 2001 e il 2024, il Veneto ha “regalato” allo Stato più di 140 miliardi di euro netti. Una cifra che avrebbe potuto cambiare il volto di intere province — strade, ospedali, scuole, ricerca, ambiente — e invece è rimasta imprigionata nel meccanismo di una redistribuzione che troppo spesso penalizza chi produce.
Ma questo non è solo un dato economico. È un tema di giustizia e di dignità.
Perché, se il Veneto contribuisce più di quanto riceve, ha il diritto — anzi, il dovere — di chiedere autonomia fiscale e gestionale.
Questo squilibrio si traduce in meno risorse per i comuni, meno investimenti per le infrastrutture, meno sostegni alle imprese e al welfare locale.
E intanto, chi lavora e produce qui percepisce un’ingiustizia: una pressione fiscale alta, con pochi ritorni visibili.
Non è accettabile che una delle regioni più dinamiche d’Europa debba ancora attendere fondi per la sicurezza delle strade, per i trasporti, per la sanità di prossimità.
Oggi il tema dell’autonomia non è più una bandiera politica: è una necessità economica e sociale.
Serve trattenere sul territorio una parte più equa di ciò che viene prodotto, per poterlo reinvestire in sviluppo, innovazione e servizi ai cittadini.
Il Veneto non chiede privilegi: chiede equità.
E finché continuerà a contribuire più di quanto riceve, la questione del residuo fiscale resterà aperta — come il simbolo di un Paese che non ha ancora imparato a valorizzare davvero chi lavora, chi produce e chi costruisce futuro.
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